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Curiosità

LA DONNA DI LUCERA: COSTUME, RICAMO E CULTURA TESSILE TRA SETTECENTO E OTTOCENTO

today19 Ottobre 2026

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Dalla filatrice alla “tela di Lucera”: il costume, il lavoro femminile, il mantesino e il corredo matrimoniale nella cultura materiale lucerina

La quarta figura della tavola, indicata nella didascalia come «P. di Lucera – Puglia», offre una testimonianza di particolare interesse non soltanto per la storia dell’abbigliamento femminile, ma anche per la ricostruzione della cultura tessile e della manualità domestica lucerina tra Settecento e Ottocento.
La donna è rappresentata con un abito caratterizzato dal predominio del blu, dal bianco della camicia e del grande elemento anteriore decorato e, soprattutto, con la rocca e il fuso tra le mani.

Questo particolare è fondamentale.
La figura non rappresenta semplicemente una donna vestita secondo un costume locale: rappresenta una donna al lavoro.
Per questo il suo abbigliamento può essere letto insieme alla documentazione relativa alla produzione tessile lucerina, ai manufatti registrati negli atti notarili e ai corredi matrimoniali nei quali compare la tela di Lucera.
L’immagine permette così di seguire un percorso ideale che va dalla fibra al filo, dal filo alla tela, dalla tela al capo d’abbigliamento e dal capo al corredo e alla dote.

Il costume della donna di Lucera

Osservata dall’alto verso il basso, la figura presenta un abbigliamento nel quale domina il blu della veste, in netto contrasto con il bianco della camicia e con il grande elemento chiaro e decorato che scende anteriormente.

Sul capo porta un fazzoletto o panno di tonalità bruno-rossastra, avvolto intorno alla testa.

Questo elemento può essere posto in relazione con il maccaturo, termine documentato nella cultura materiale lucerina. Gli atti relativi ai corredi attestano infatti differenti tipologie di maccaturi, distinguendo quelli destinati alla testa da quelli destinati al collo e ricordando anche il «maccaturo per la casa ordinario» e quelli definiti «a strapizzo».

Questa varietà è significativa perché mostra come il maccaturo non fosse un oggetto unico e indistinto, ma appartenesse a un sistema di abbigliamento nel quale funzione, tipologia e modalità d’uso potevano differenziarsi.

Dalla sola incisione non è invece possibile stabilire con certezza la fibra o la tecnica con cui fu realizzato il copricapo. È quindi opportuno limitarsi a ciò che l’immagine consente effettivamente di osservare e utilizzare la documentazione notarile per comprendere il contesto nel quale tali manufatti erano presenti.

Al di sotto del copricapo emerge una camicia bianca, ampia e caratterizzata da maniche molto voluminose.

Il bianco crea un forte contrasto con il blu della veste e rende evidente la sovrapposizione dei diversi elementi dell’abbigliamento.

Particolarmente interessante è la parte superiore della camicia: intorno al collo e sul davanti sembra infatti riconoscersi una lavorazione ornamentale.

La superficie bianca non appare completamente uniforme e, nelle parti maggiormente visibili, sembra presentare una decorazione.

Questo particolare suggerisce che anche la camicia, pur essendo un capo portato sotto la veste, potesse essere oggetto di cura, lavorazione e ornamento.Anche la biancheria poteva dunque diventare una superficie nella quale il lavoro tessile e la cura estetica diventavano visibili.

La veste blu

Al di sopra della camicia si sviluppa la parte principale dell’abbigliamento: una veste prevalentemente blu, che nella rappresentazione appare come un insieme unitario.

È quindi più prudente parlare di veste blu, senza distinguere automaticamente, sulla sola base dell’incisione, un corpetto e una gonna come due capi autonomi.

La veste appare più contenuta nella parte superiore e si amplia progressivamente verso il basso, formando una parte inferiore ampia e ricca di tessuto.

Il blu costituisce lo sfondo sul quale risalta con grande evidenza il grande elemento chiaro posto anteriormente. È proprio quest’ultimo a costituire il principale punto decorativo dell’intero costume.

Il mantesino: il cuore decorativo del costume

Davanti alla veste blu è collocato un ampio mantesino, che scende anteriormente e costituisce uno degli elementi più caratteristici dell’abbigliamento rappresentato.

La sua presenza assume un’importanza particolare se confrontata con la documentazione notarile lucerina del 1794, nella quale sono registrati esplicitamente diversi tipi di mantesini.

L’atto ricorda infatti:

«mantesini di bombice»,
«mantesini di tela di cascetta»,
«mantesini di tela di musolino»,
e «mantesini per le spalle di musolino».

Non possiamo affermare che il mantesino raffigurato nella tavola sia precisamente uno degli esemplari descritti nell’atto del 1794. L’immagine e il documento appartengono a due fonti differenti e non devono essere sovrapposti automaticamente.

Il confronto è tuttavia di grande interesse, perché dimostra che il termine mantesino apparteneva concretamente, già alla fine del Settecento, al vocabolario dell’abbigliamento e della cultura materiale delle famiglie lucerine.

Nella figura il mantesino presenta un fondo chiaro che contrasta nettamente con il blu della veste.

La sua superficie è caratterizzata da bande, fasce e motivi geometrici, organizzati secondo una composizione regolare.

Particolarmente interessanti sono le lavorazioni che si sviluppano lungo i lati, dove la decorazione appare più elaborata e assume il carattere di una vera e propria bordura ornamentale.

La decorazione prosegue verso il basso e si conclude con una fascia nella quale si distinguono quattro stelle a cinque punte, elemento che conferisce alla parte terminale del capo una forte caratterizzazione ornamentale.

Questa organizzazione della decorazione non appare casuale.

Il mantesino concentra sul davanti della donna una parte fondamentale del valore estetico del costume.

È proprio in questa superficie che il tessuto cessa di essere soltanto materia funzionale e diventa ornamento, segno di cura e possibile espressione di abilità manuale.


Telaio e ricamo: la manualità femminile lucerina

La particolare disposizione dei motivi decorativi del mantesino porta a considerare con attenzione l’ipotesi che tali decorazioni siano il risultato di un lavoro manuale di ricamo.

L’incisione non consente naturalmente di osservare il filo, il punto o la struttura materiale della decorazione con una precisione tale da permettere una certificazione tecnica assoluta.

Tuttavia, la presenza di motivi geometrici, fasce ornamentali e lavorazioni concentrate lungo i bordi e nella parte terminale del capo è compatibile con una decorazione eseguita manualmente sulla superficie del tessuto.

Questa lettura acquista particolare interesse se inserita nel contesto della manualità femminile legata alla lavorazione e all’ornamentazione dei tessuti a Lucera.

Il ricamo, in questa prospettiva, non va considerato semplicemente come un ornamento aggiunto al capo.

Il lavoro ornamentale diventa parte integrante del valore del manufatto.

La donna che indossa il mantesino porta quindi sul proprio corpo non soltanto un tessuto, ma anche il risultato di tempo, abilità, precisione e lavoro manuale.

Il mantesino diventa così la superficie nella quale il lavoro femminile si rende maggiormente visibile.

È importante, tuttavia, distinguere il dato dall’interpretazione. La tavola documenta con certezza un manufatto fortemente decorato; l’identificazione della tecnica come ricamo e, soprattutto, la sua attribuzione a una produzione locale lucerina costituiscono una tesi interpretativa che deve essere sostenuta dal confronto con le altre fonti sulla cultura tessile della città.

Ed è proprio questo confronto a rendere interessante la ricerca.

La tavola mostra il manufatto; gli atti notarili documentano il mantesino; la documentazione sulla produzione tessile restituisce il contesto economico e artigianale nel quale queste lavorazioni devono essere comprese.

Da qui la figura conduce naturalmente a un altro particolare fondamentale: la donna sta filando.

La donna che fila: dal costume al lavoro

Nella figura, infatti, la donna tiene davanti a sé la rocca e il fuso.

Questo particolare modifica profondamente il significato complessivo della rappresentazione.

La donna non è raffigurata semplicemente come una persona vestita secondo un costume locale.

È una donna che lavora.

La rocca e il fuso rimandano alla filatura, cioè a una fase fondamentale della trasformazione della fibra in filato.

L’immagine stabilisce così un rapporto diretto fra la donna, il tessuto che indossa e il lavoro necessario alla sua produzione.

Il costume può essere letto come il risultato visibile di una catena di attività molto più ampia:

fibra → filatura → filo → tessitura → tela → confezione → decorazione → capo d’abbigliamento → corredo.

La presenza contemporanea degli strumenti della filatura e di un abito riccamente decorato crea quindi un rapporto fra produzione e ornamento, fra lavoro e risultato, fra filo e abito.

La rocca e il fuso ci riportano alla trasformazione della materia prima; il mantesino ci mostra invece il tessuto già lavorato e trasformato in un elemento ornamentale del costume.

La donna che fila e la donna che indossa il mantesino sono, nella stessa figura, due momenti della medesima cultura tessile.

Per comprendere pienamente questo rapporto, però, è necessario collocare la rappresentazione nel contesto della produzione tessile della città.

La produzione tessile e la “tela di Lucera”

La figura della filatrice trova infatti un importante riscontro nella documentazione relativa alla produzione tessile lucerina.

A Lucera era presente una tradizione legata alla coltivazione e alla lavorazione del cotone, dalla quale derivava la produzione della cosiddetta «tela di Lucera».

Questa produzione rappresentò per lungo tempo una componente dell’economia domestica e artigianale della città.

Le tele lucerine erano utilizzate per la confezione di biancheria, corredi e manufatti tessili, entrando anche nei circuiti commerciali collegati alle attività economiche e alle fiere della città.

Una testimonianza particolarmente significativa proviene dal 1846, quando il presidente della Società Economica di Capitanata ricordava la presenza del cotone erbaceo lucerino, definito «paesano», sottolineandone la particolare resistenza:

«L’erbaceo lo produce più tenace, e i villani se ne servono per fare tele e coltre di lunga durata».

La stessa testimonianza ricorda inoltre il cotone «siamese», dal quale si otteneva un filo «più fino, morbido e assai più bianco».

La distinzione è significativa perché mostra una conoscenza concreta delle qualità delle fibre e delle loro caratteristiche tecniche.

Il cotone «paesano» viene apprezzato soprattutto per la resistenza, mentre quello «siamese» per finezza, morbidezza e candore.

La testimonianza del 1846 dimostra quindi che la tradizione cotoniera lucerina non era semplicemente un residuo di un passato remoto, ma una realtà ancora riconoscibile nel pieno dell’Ottocento.

La figura della filatrice acquista così un significato più concreto.

La rocca e il fuso raffigurati nella tavola possono essere letti nel contesto di una cultura del lavoro nella quale la trasformazione della fibra, la filatura e la produzione tessile appartenevano alla vita economica e domestica della città.

È qui che costume, lavoro femminile e produzione della tela di Lucera si incontrano.

Gli atti notarili: il vocabolario del tessile lucerino

Ancora più preziosa è la documentazione degli atti notarili, perché permette di entrare direttamente nella cultura materiale delle famiglie.

Nei documenti compaiono termini quali mantesini, maccaturi, zinali, misali, oltre alla significativa espressione «lavorati alli capi di rezza».

Questo vocabolario restituisce una parte della vita quotidiana e dimostra quanto fossero numerosi e differenziati i manufatti tessili presenti nelle case lucerine.

Dietro ogni termine esiste un oggetto, una materia, una lavorazione, un uso e una storia familiare.

La tavola mostra come la donna appare.

Gli atti notarili mostrano quali manufatti tessili erano concretamente presenti nelle famiglie.

È proprio nell’incrocio fra queste due prospettive che il costume acquista il suo pieno significato storico.


Il documento del 1794: i mantesini nei corredi

Particolarmente importante è il documento del 1794, nel quale compaiono diversi tipi di mantesini:

«mantesini di bombice»,
«mantesini di tela di cascetta»,
«mantesini di tela di musolino»,
e «mantesini per le spalle di musolino».

La presenza di materiali differenti dimostra che il mantesino poteva essere realizzato secondo diverse tipologie e qualità tessili.

Il termine non appartiene quindi a una ricostruzione moderna del costume.

È attestato nella documentazione storica della città.

La tavola ci restituisce l’aspetto visibile del mantesino; l’atto notarile ci restituisce il suo nome e la varietà dei materiali con i quali poteva essere realizzato.

Pur non potendo stabilire che si tratti dello stesso manufatto, le due fonti si illuminano reciprocamente.

La “tela di Lucera” nella dote matrimoniale del 1805

Ancora più significativo è il documento del 1805, relativo alla dote di Giovanna Lastaria.

Nel notamento di robe, Giuseppe Lastaria e Fortunata Rocca, rispettivamente zio e madre della giovane, si impegnano ad assegnare alla futura sposa una precisa quantità di biancheria.

L’elenco comprende:

dodici lenzuola nuove;

una di tela d’Olanda guarnita di mussolino;

una di tela di cascetta;

dieci di tela di Lucera;

e inoltre ventiquattro federe di cuscini, alcune in tela d’Olanda ornate di mussolino e altre in tela lucerina.

Il dato è straordinariamente significativo.

La tela di Lucera entra direttamente nella dote matrimoniale.

Non è quindi soltanto un prodotto tessile locale, ma diventa un bene familiare destinato alla nuova casa della sposa e inserito ufficialmente nel patrimonio dotale.

Il confronto con la tela d’Olanda è particolarmente interessante.

Non è necessario affermare che i due tessuti avessero lo stesso valore economico o la stessa qualità. Il documento dimostra però che la tela lucerina era sufficientemente importante da essere presente in quantità considerevoli all’interno di un corredo matrimoniale.

Le dieci lenzuola di tela di Lucera costituiscono una testimonianza concreta della presenza della produzione locale nella vita materiale delle famiglie.


Dalla filatura al corredo: il filo conduttore

A questo punto i diversi elementi della ricerca possono essere ricondotti a un’unica sequenza.

Da una parte abbiamo la donna della tavola, con la rocca e il fuso.

Dall’altra abbiamo gli atti notarili, nei quali compaiono mantesini, maccaturi, zinali, salvietti, mesali e altri manufatti.

Abbiamo inoltre la tela di Lucera, documentata nella produzione tessile e presente nel corredo matrimoniale del 1805.

Non possiamo affermare che tutti questi documenti descrivano esattamente il costume rappresentato nella tavola.

Possiamo però riconoscere la stessa cultura materiale.

La filatrice rappresenta il momento della trasformazione della fibra.

La tessitura produce la tela.

La confezione trasforma la tela in manufatti.

Il ricamo e le altre lavorazioni aggiungono valore estetico e manuale.

Il manufatto entra nel costume oppure nel corredo.

Il corredo diventa parte della dote.

La dote passa alla nuova famiglia.

La sequenza può essere sintetizzata così:

fibra → filo → tela → lavorazione → ricamo → capo → corredo → dote → patrimonio familiare.

Questa continuità costituisce il filo conduttore dell’intera interpretazione.


Il lavoro femminile come patrimonio

In questa prospettiva, il lavoro femminile assume una dimensione molto più ampia.

La donna che fila non produce semplicemente un filo.

Trasforma una materia prima in una risorsa.

La donna che ricama non aggiunge semplicemente un ornamento.

Trasforma un tessuto in un manufatto più elaborato e riconoscibile.

La donna che prepara il corredo non raccoglie semplicemente biancheria.

Costruisce una parte del patrimonio destinato alla futura famiglia.

Il tessile diventa quindi il luogo nel quale si incontrano lavoro, economia domestica, abilità femminile, educazione, matrimonio e trasmissione familiare.

Il corredo rappresenta il risultato visibile di questo processo.

Dietro ogni lenzuolo, ogni federa, ogni mantesino o ogni zinale potevano esserci materie prime, ore di lavoro, competenze tecniche e gesti trasmessi all’interno della famiglia.

Il costume come identità lucerina

Alla luce di tutto questo, il costume della donna di Lucera non può essere considerato semplicemente una curiosità dell’abbigliamento tradizionale.

È una rappresentazione di una cultura materiale.

Il copricapo, la camicia bianca lavorata, la veste blu, il grande mantesino decorato e gli strumenti della filatura compongono una figura nella quale abbigliamento e lavoro sono rappresentati insieme.

Il mantesino, soprattutto, diventa il punto d’incontro fra costume e produzione tessile.

Da una parte è un elemento visibile dell’abito.

Dall’altra è un manufatto documentato negli atti notarili lucerini.

La sua decorazione permette inoltre di introdurre il tema del ricamo e della manualità femminile, mentre la rocca e il fuso collegano la figura alla fase iniziale della produzione del filato.

Infine, la presenza della tela di Lucera nei corredi matrimoniali dimostra come il prodotto tessile locale potesse trasformarsi in patrimonio familiare.


Conclusione

La quarta figura della tavola, indicata come «P. di Lucera – Puglia», acquista dunque un significato che va ben oltre la semplice descrizione del costume.

La donna è vestita, ma nello stesso tempo è rappresentata mentre lavora.

Il maccaturo, la camicia bianca lavorata, la veste blu e soprattutto il mantesino decorato restituiscono l’immagine di un abbigliamento nel quale la materia tessile assume una forte funzione estetica e identitaria.

Il mantesino, con le sue bande, le lavorazioni laterali e la fascia terminale con le quattro stelle a cinque punte, costituisce il cuore decorativo della veste e apre la questione della manualità e del ricamo femminile lucerino.

Gli atti notarili del 1794, con la presenza di mantesini di bombice, di tela di cascetta e di tela di musolino, confermano che questo capo apparteneva concretamente alla cultura materiale delle famiglie lucerine.

La documentazione sulla produzione del cotone mostra inoltre l’esistenza di una tradizione tessile locale ancora viva nell’Ottocento, mentre il documento del 1805, con le dieci lenzuola di tela di Lucera e le federe in tela lucerina inserite nella dote di Giovanna Lastaria, dimostra il passaggio dalla produzione al patrimonio familiare.

È questo il punto centrale dell’intera interpretazione:

La tela non era soltanto un prodotto.
Era il risultato di un lavoro.
Il lavoro diventava tessuto.
Il tessuto diventava abito, biancheria e corredo.
Il corredo diventava dote.

La dote diventava patrimonio e memoria familiare.

La donna di Lucera raffigurata nella tavola può quindi essere letta come la figura di una più ampia civiltà del tessile, nella quale la fibra veniva trasformata in filo, il filo in tela, la tela in manufatto e il manufatto in patrimonio.

La rocca e il fuso rappresentano l’inizio di questo percorso; il mantesino decorato ne rappresenta la dimensione estetica e manuale; la “tela di Lucera” ne rappresenta la dimensione produttiva; il corredo matrimoniale ne rappresenta infine la dimensione familiare e patrimoniale.

Ed è proprio nell’unione di questi elementi che il costume della donna di Lucera cessa di essere soltanto un’immagine.

Diventa la testimonianza visibile di una cultura del lavoro, della tessitura, del ricamo e della trasmissione familiare.

La tela di Lucera, in questa prospettiva, non è soltanto una stoffa: è lavoro trasformato in patrimonio, e patrimonio trasformato in memoria.Inizio modulo

Edeoardo Gemminni

Written by: PC

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